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La porta chiusa

Domanda banale con risposta incorporata: qual è lo sport più adatto a un bambino che a 10 anni, in quinta elementare, è già alto 1,87? Il basket, naturalmente. Tanto più probabile la scelta quando, se gli butti un pallone, gli viene istintivo usare le mani anziché i piedi. Se poi questo bambino è nato in Campania, dove due squadre giocano in serie A (Avellino e Caserta) e una in A2 (Salerno) il suo destino sportivo è (quasi) segnato.

Proprio quel “quasi” ha segnato invece il destino di Gigio Donnarumma, portiere-prodigio del Milan e anche della Nazionale, dove ha già debuttato come vicegi Buffon. Lui al basket ha subito preferito il calcio. Una scelta non casuale, ispirata dal desiderio di imitare il fratello Antonio, di nove anni più grande, all’epoca portiere nella Scuola calcio del Napoli a Castellamare di Stabia.

O portiere o niente

Antonio se lo portava dietro agli allenamenti e Gigio, bambino sempre molto attento, mandava a memoria ogni suo gesto. E una volta a casa si faceva raccontare tutti i perché, e anche tutti i percome, delle parate più difficili e spettacolari.

«Ho studiato da portiere – racconta − prima ancora di cominciare a giocare. Mio fratello mi ha fatto da maestro. E quando lui, a 15 anni, ha lasciato casa per andare al Milan, ho fatto di tutto per seguire la sua strada. Andavo a scuola, in prima elementare, con la maglia rossonera indosso e me la toglievo soltanto prima di andare a letto.

Mi sono iscritto anch’io alla scuola calcio del Napoli dove qualcuno, con la scusa che ero il più alto e il più robusto di tutti, ha cercato di convincermi a giocare in attacco. Neanche per sogno, ho risposto: o portiere o niente. Antonio nel frattempo cominciava la sua carriera: scudetto Allievi con il Milan, poi Piacenza, Gubbio in serie B, il debutto in A con il Genoa e un bel campionato con il Bari. Oggi gioca nell’Asteras Tripolis, serie A greca».

«All’inizio − continua Gigio − gli arbitri del campionato Primi Calci non volevano farmi giocare. Siccome ero alto 30-40 centimetri più dei miei compagni, erano convinti che barassi sull’età. Mia madre Marinella era così costretta, ogni volta, a estrarre dal portafoglio il mio documento. Solo allora potevo scendere in campo, infilare i guanti e mettermi in porta. Ormai ci avevamo fatto l’abitudine: era capitata la stessa storia anche con mio fratello».

Sia Gigio che Antonio devono la statura al dna: papà Alfonso, che nella vita fa il falegname, è alto infatti più di due metri. È un gigante timido e di poche parole che non ha mai assecondato più di tanto le scelte dei figli: «Mi premeva che studiassero ma in verità non mi hanno mai creato problemi: bravi a scuola, bravi in campo e bravi anche a casa, senza grilli per la testa».

gi«Quando i dirigenti del Milan sono venuti a Castellamare per far firmare il contratto a mio fratello, io avevo sei anni - ricorda Gigio - . Non so il perché ma sentivo, a istinto, che anch’io un giorno sarei finito al Milan. Il mio allenatore, Ernesto Ferrara, aveva creato una scuola di portieri: prima Iezzo, per tanti anni al Napoli, poi Mirante, oggi al Bologna e naturalmente mio fratello Antonio. Quando mi diceva che anch’io sarei potuto arrivare alla serie A mi veniva da credergli. Anche perché gli osservatori delle grandi squadre, nel frattempo, avevano cominciato a seguirmi da vicino: Juventus, Roma, Udinese e soprattutto Inter, che aveva presentato a mio padre un’offerta… irrinunciabile. Ma in famiglia siamo abituati a non prendere decisioni affrettate, siamo gente riflessiva.

Io poi avevo in testa soltanto il Milan e quando Enzo Raiola, cugino di Mino, procuratore di Ibrahimovic e di altri grandi campioni, venne a vedermi giocare, capii subito che qualcosa si stava muovendo. Era il 4 agosto del 2013, un giorno per me indimenticabile perché firmai il cartellino che mi legava al Milan. Avevo 14 anni, conservo gelosamente le foto che mi ritraggono nella sala dei trofei della sede: era l’inizio di un sogno».

Un punto di partenza

Un sogno che ha cominciato a galoppare in fretta. Dopo un inizio nel campionato Giovanissimi, Gigio è passato subito negli Allievi, anche se non aveva l’età, sotto la guida di Christian Brocchi. Poi la Primavera e le convocazioni, a 15 anni da poco compiuti, con la prima squadra. Pippo Inzaghi fu addirittura tentato di farlo debuttare a Bergamo, contro l’Atalanta, in quella che fu la sua ultima partita da allenatore rossonero.

«Nel mio caso − ammette Gigio − è stata determinante la fiducia che mi hannogi trasmesso i miei allenatori. Quando si tratta di lanciare un giovane non tutti sono disposti a rischiare. Serve coraggio e anche una virgola di spregiudicatezza: quando mi ha lanciato in prima squadra Mihajlovic ha valutato con attenzione tutte queste cose ma non si è tirato indietro. Ho giocato contro il Real Madrid in amichevole parando un rigore a Kroos, poi a San Siro contro l’Inter nel Trofeo Berlusconi. Di mio ci ho messo la capacità di controllare l’emozione, poi è stato tutto più facile.

Alle mie spalle c’era nientemeno che Diego Lopez, nazionale spagnolo, per tante stagioni portiere del Real Madrid: una presenza che invece di intimorirmi mi è servita sicuramente da grandissimo stimolo. La concorrenza con Diego Lopez mi ha fatto capire che quello che credevo un traguardo in realtà era soprattutto un nuovo punto di partenza».

Dal Milan alla Nazionale il passo, anche stavolta, è stato brevissimo. A 18 anni e 31 giorni, giocando in amichevole contro l’Olanda dal primo minuto, Gigio è diventato il più giovane portiere azzurro a debuttare da titolare. Buffon, per dire, c’è riuscito quando già aveva compiuto vent’anni mentre il “monumento” Dino Zoff non ce l’ha fatta prima dei 26.

giProprio Zoff, che stima moltissimo Gigio, soprattutto per il carattere, non lesina un paio di consigli: «Ha grandi qualità tecniche e ampi margini di miglioramento ma l’importante è che capisca che non si finisce mai di imparare. Il dualismo con Buffon? Dipende da tante cose: da Buffon prima di tutto, dai progressi di Donnarumma e dal parere degli allenatori». Proprio Buffon, peraltro, vive questo dualismo potenziale con molta serenità: «Nessuno è eterno, è giusto che anche gli altri abbiano la possibilità di giocare».

Se è vero che la crescita di un calciatore avviene anche, e soprattutto, attraverso gli errori, Gigio ricorderà a lungo la “paperissima” che ha causato il gol del Pescara. Vale la pena tuttavia di riportare il pensiero di Vicenzo Montella, l’allenatore del Milan: «La più grande risposta Donnarumma l’ha data in campo subito dopo l’errore. Alla sua età ha già giocato una sessantina di partite con il Milan ed era il suo primo sbaglio. L’ha accettato con semplicità. Era un passaggio necessario, adesso sarà un portiere migliore».

© Adalberto Scemma - Mondo Erre
 
 
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