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I cugini della Terra

Così vicini da farsi scoprire, ma troppo lontani per essere raggiunti. Sono i sette pianeti scovati nei mesi scorsi dai più potenti telescopi conosciuti. Si trovano nel sistema di Trappist-1, nella costellazione dell’Acquario, a circa 40 anni luce da noi.

La NASA ha fatto le presentazioni ufficiali a febbraio, con tanto di conferenza stampa. Il loro studio potrebbe riservare grandi sorprese: sulla composizione chimica, i minerali, la presenza di acqua. Soprattutto, potrebbe dirci se sono abitati da qualche forma aliena. Anche se a pochi mesi dalla scoperta alcuni critici hanno già smorzato gli entusiasmi iniziali e mettono in dubbio addirittura che su queipianeti pianeti possa esserci un’atmosfera.

Sono tre, anzi sette

L’aspetto davvero stupefacente è che mai prima d’ora si erano trovati così tanti corpi celesti ruotare attorno a un’unica stella che non fosse il Sole. La certezza che praticamente per ogni astro nell’universo ci sia almeno un pianeta è relativamente recente.

Il telescopio spaziale Kepler, lanciato nella via Lattea nel 2009 alla ricerca di altri mondi oltre alla Terra (i cosiddetti esopianeti), ne ha individuati più di tremila, di cui alcune decine per certi aspetti molto simili. E già questo basta a scatenare le più fervide immaginazioni sulla vita nell’universo.
 
Ma a fare scomodare la NASA per una conferenza stampa internazionale è stata la “fortunata coincidenza” di scoprire ben sette pianeti attivi attorno alla stessa stella, e di questi tre potenzialmente abitabili.

Anche se la notizia in realtà non è un caso ma l’esito di una lunga e ostinata ricerca, partita scrutando con attenzione e molta pazienza il medesimo quadrante della galassia e con l’aiuto di strumenti modernissimi. È così che più di un anno fa un’équipe di astronomi coordinata da Michaël Gillon (Università di Liegi) ha individuato i primi tre cugini della Terra.

Non li hanno visti davvero, perché i pianeti non emettono luce propria e si trovano a pianetiuna distanza notevole: a dare una mano è stata invece Trappist-1, e in particolare le sue onde luminose, che durante la raccolta dati cambiavano frequenza a intervalli regolari e con valori diversi. Proprio come se la misurazione venisse disturbata con regolarità dal passaggio di oggetti tra la stella e l’osservatore. La risposta non poteva essere che una: c’erano dei pianeti. La ricerca è stata pubblicata ma non era abbastanza. Ci doveva essere dell’altro.

E infatti, approfondendo i calcoli con il TRAPPIST-Sud dell’ESO (Osservatorio Spaziale Europeo) di La Silla, il VLT (Very Large Telescope) e il telescopio spaziale infrarosso Spitzer della NASA, il team di scienziati ha aggiunto all’elenco straordinario altri quattro “quasi gemelli” della Terra. Sette in tutto, di cui tre all’interno della cosiddetta fascia di abitabilità, dove cioè la vita (in teoria) è possibile.

Gemelli diversi

Sono rocciosi e di dimensioni paragonabili a quelle terrestri, ma le somiglianze finisco qui. Le loro orbite sono molto più vicine alla stella madre che, in quanto nana rossa, è molto più piccola e fredda del Sole. Il risultato finale è che i sette pianeti non arrostiscono, ma il loro anno (per capirci, il periodo di rivoluzione) dura dal giorno e mezzo del più vicino (“b”) ai venti giorni del più lontano (“h”). Come dire, si “invecchia” molto più velocemente che da noi. pianeti

La loro composizione invece resta al momento un mistero. Stando ai modelli matematici ricavati dallo studio, almeno alcuni dei sette pianeti scoperti, quelli più centrali, potrebbero contenere dell’acqua allo stato liquido. Lo consentirebbe la temperatura della superficie, né troppo calda né troppo fredda.

Se così fosse, sarebbe il primo passo per la ricerca di creature aliene, dai batteri alle forme più evolute: nella nostra esperienza infatti l’acqua è un elemento fondamentale che favorisce lo sviluppo della vita come la conosciamo.

Vedere dal vivo

Per saperne di più bisognerebbe lanciare una missione spaziale, che però dovrebbe intraprendere un viaggio di 40 anni luce, che vuol dire poco meno di 400.000 miliardi di chilometri. Praticamente dietro l’angolo in termini astronomici, ma per noi un’impresa al momento impossibile: i motori a disposizione sono ben lontani dalla velocità della luce.

Anche sfruttando la massima accelerazione pensabile e tutte le velocità di spinta possibili, ci vorrebbero 20.000 anni solo per raggiungere la meta, e altrettanti per tornare. Una quantità di tempo enorme: per dare l’idea, è più o meno il tempo trascorso dalla razza umana per evolversi dalle comunità-villaggio dell’uomo primitivo ad oggi.

pianetiIl che esclude al momento spedizioni non solo di astronauti, ma anche di robot. Bisognerà lavorare molto sulla tecnologia dei motori. Non basta aumentarne la potenza, perché allo stato attuale della conoscenza non si può neanche immaginare di avvicinarsi alla velocità della luce, a meno di trasformarsi in particelle microscopiche.

Per poter andare davvero a curiosare nel cosmo occorrono nuove scoperte nel campo della quantistica e una concezione del tutto nuova su come spostarsi nello spazio. Non è detto che tra un centinaio d’anni il progresso non trasformi l’impossibile in realtà.

I telescopi, i nostri occhi

Nel frattempo, osservatori astronomici e telescopi orbitali continueranno a essere i nostri occhi. A tal proposito l’Europa si sta sempre più specializzando. L’ESO sta lavorando al successore di TRAPPIST, lo European Extremely Large Telescope. Sarà costruito sempre in Cile, per scandagliare in modo ancora più dettagliato il quadrante della Via Lattea dove si trova la stella che porta il nome del suo predecessore. La nuova struttura sarà incredibilmente grande e dovrebbe diventare operativa nel 2024.

L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) collabora invece con la NASA e l’agenzia canadese per varare il più avanzato telescopio spaziale a infrarossi maipianeti progettato: si chiamerà James Webb Space Telescope, in onore di uno tra i più famosi direttori della NASA, e orbiterà parecchio distante dalla Terra, per poter cogliere i segnali di elementi chimici considerati essenziali per la vita, come l’ozono.

Saranno loro nell’immediato futuro a vegliare sui nuovi pianeti e a dirci di più sul loro conto: di cosa sono fatti, qual è il loro clima, se davvero sono ospitali come casa nostra oppure no. 

Pollice verso?

Non tutti hanno fiducia che i sette pianeti siano abitabili. Intanto perché, affermano gli scettici, Trappist-1 è una stella giovane, ha “solo” mezzo miliardo di anni. Troppo pochi per permettere alla vita di muovere passi decisi. Per fare un paragone, si ipotizza che sulla Terra i primi esseri siano comparsi almeno settecento milioni di anni dopo la sua formazione

Inoltre, la vicinanza tra la stella madre e i pianeti è tale che questi ultimi le girano intorno mostrandole la stessa faccia (come la Luna con la Terra), con condizioni climatiche potenzialmente opposte da un lato all’altro del globo e ampie zone mediane in preda a continui cataclismi

Infine, da indagini recenti è emerso che i sette cugini della Terra potrebbero non avere nemmeno un’atmosfera, per colpa di alcuni tipi di radiazione solare sprigionati dai brillamenti (una specie di eruzione atomica) di Trappist-1.

Tutte ipotesi da verificare. Insomma, per ora non c’è certezza né in un senso né nell’altro. Per avere un’idea della difficoltà nelle rilevazioni, l’astronauta italiano Guidoni ha usato questo esempio: «È lo stesso che guardare un moscerino passare davanti a un faro a chilometri di distanza». L’unica sicurezza è di avere trovato per la prima volta un sistema solare oltre il sistema solare. È già una grande rivoluzione. Magari presto ne troveremo altri. La strada del futuro è aperta.

© Leo Gangi - Mondo Erre
 
 
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