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Un pallone pieno di soldi

Addio al calcio. Addio al calcio che regala sogni. Siamo di fronte a una rivoluzione epocale che finirà per togliere a tutti, e non solo ai bambini, il gusto del gioco.

Cominciamo dalla fine. Cominciamo dall’acquisto da parte del Paris Saint Germain di Neymar, un giocatore di talento ma non un fuoriclasse in assoluto. Costo del cartellino 222 milioni. Ingaggio di 40 milioni netti all’anno più un jet privato per i viaggi personali, un intero hotel a disposizione per ospitare gli amici, più 50 milioni a papà Neymar come regalo personale. Ma siamo matti? Noi probabilmente no, loroneymar sicuramente sì.

Perché la valutazione di Neymar ha finito per drogare l’intero sistema calcistico a causa di quello che viene chiamato “effetto domino”. Se Neymar vale 222 milioni – si chiedono gli addetti ai lavori – perché Dybala non deve valerne 120, Verratti 100, e  Mbappè, anche lui finito al PSG, addirittura 190? 

Fine della corsa? Il tappo è già saltato. È subito salito alle stelle persino il prezzo dei difensori, un tempo i meno pagati tra i calciatori: il Manchester City ha speso 143 milioni per Danilo, Walker e Mendy, il Paris Saint Germain ha versato a Dani Alves un ingaggio di 14 milioni all’anno, il Milan ha pagato Andrea Conti 24 milioni e Ricardo Rodriguez 18, per non parlare di Bonucci (42 milioni più 7 di ingaggio) o di Donnarumma, che a 18 anni ha strappato al Milan un rinnovo di contratto quinquennale da 6 milioni netti a stagione.

Un fiume di denaro

Dietro ad ogni follia ci sono quasi sempre scelte molto lucide. Per metterle a fuoco basta seguire il giro del denaro (Follow the money, proverbio inglese). E allora ecco la prima domanda: da dove viene tutto quel fiume di denaro? Ed ecco la prima risposta: non viene dall’Europa, e neppure dalle Americhe. Lo sguardo volge a Est in dybaladirezione dei magnati russi, dei petrolieri arabi, degli investitori cinesi.

Sono stati loro, passo dopo passo, anno dopo anno, a mettersi in cassaforte il “giocattolo calcio” e a nascondere la chiave. Con il risultato di trasformare quello che è stato per oltre un secolo il gioco più bello del mondo in un business che ha assunto mille significati (riciclaggio, plusvalenze fittizie, fallimenti pilotati e quant’altro) ma che ha perso per strada ogni valenza ludica.

La Premier League inglese, che introita le cifre più elevate dai diritti televisivi, sta finendo gradatamente in mani straniere. Il Chelsea appartiene al russo Abramovich, il Manchester City è in mano allo sceicco di Abu Dhabi Mansour, l’Arsenal prospera grazie alla Fly Emirates di Dubai e potremmo continuare passando in Francia dove il Paris Saint Germain ha un finanziatore con il portafoglio a fisarmonica come lo sceicco Al Than del Qatar e dove il Monaco è gestito da anni dal miliardario russo Rybolovlev, uno degli uomini più ricchi del mondo, proprietario della Uralkali, società produttrice di potassio. 

C’è da stupirsi, a questo punto, di ciò che sta accadendo in Italia? Il Milan è stato ceduto da Berlusconi a un gruppo di investitori cinesi (il fondo Elliott Management Corp) costretti a compiere operazioni fortemente speculative per riuscire a restituire in 18 mesi un prestito di 303 milioni a un tasso d interesse che arriva fino all’11,5%.bale

L’Inter appartiene alla cinese Suning, la Roma agli americani del fondo di investimento Raptor Fund, anche il Bologna e il Venezia hanno capitali stranieri (Saputo è canadese, Tacopina americano). In attesa che passino di mano le proprietà ballerine del Genoa e del Palermo, investitori di dubbia provenienza stanno entrando a vele spiegate nelle società di serie C e persino in quelle delle categorie dilettantistiche. 

Il business prima di tutto

Gli obiettivi sono intuibili: le ragioni del business sono prioritarie, sempre e comunque, rispetto a qualsiasi ipotesi riferita all’aspetto sportivo. Fino ad oggi nessuna sorpresa: lo spettacolo, anche quello calcistico, ha costi evidenti e come tale deve poter godere di supporti adeguati. È tutto da verificare, invece, ciò che accadrà domani a causa della rivoluzione orchestrata dai magnati stranieri per entrare nella stanza dei bottoni del “sistema calcio”.

Pensiamo prima di tutto al peso delle plusvalenze (l’aumento del valore di un giocatore rispetto al costo iniziale). Il record appartiene al Tottenham, che ha ceduto Gareth Bale al Real Madrid per 101 milioni dopo averlo pagato 6 milioni con una plusvalenza quindi di 95 milioni. La cessione di Pogba al Manchester United avrebbe fruttato alla Juve 96 milioni, scesi invece a 72 per la commissione di 24 milioni (sic!) denpagata al procuratore Mino Raiola.

Le cifre riferite al calcio europeo sono niente, attenzione, a quelle che stanno lievitando in Cina (basti pensare ai 16 milioni annui garantiti al mediocre Graziano Pellè!) in vista di un Mondiale da organizzare entro il 2030. Nell’ultimo triennio ben 24 squadre europee tra la prima e la quarta divisione, sono finite a proprietari con passaporto cinese in otto diverse nazioni (Francia, Inghilterra, Spagna, Olanda, Italia, Portogallo, Danimarca e Repubblica Ceca) per un investimento faraonico di 2,09 miliardi di euro. Tutto questo evitando per ora di pensare al fiume di denaro di provenienza russa (Mondiale del 2018) o araba (Mondiale in Qatar nel 2022).

Addio al calcio che regala sogni, dunque? Il destino sembra tracciato. Ma rimane tracciata, al tempo stesso, anche la strada per un sogno che forse è soltanto utopia. «Non spiegherei mai a un bambino – ha scritto la teologa tedesca Dorotee Solle – che cos’è la felicità. Gli darei un pallone per farlo giocare». Di fronte a chi si è impossessato di fatto del suo mondo i bambini, oggi, hanno una sola chance: rivendicare il proprio diritto al gioco.

© Adalberto Scemma - Mondo Erre
 
 
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©AGOSTINO LONGO
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