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Il pilota della porta accanto

“Il pilota della porta accanto”. La definizione sa un po’ di muffa ma ad Andrea Dovizioso piace. «Mi ci riconosco – dice – . Perché per certi aspetti sono un antipersonaggio. Frequento i social ma con moderazione, alle parole ho sempre preferito i fatti».

Se analizziamo i fatti (sono sei le vittorie ottenute nella passata stagione) la sua è di certo una delle più singolari storie sportive dell’anno. Prima di tutto perché nessuno, in apertura, lo accreditava tra i possibili protagonisti del MotoGP; in secondo luogo moto perché la Ducati, rinnovandogli il contratto, lo aveva relegato come seconda guida alle spalle di Jorge Lorenzo. «Sarà lui a indicare le strategie, se vuoi restare devi adeguarti», gli era stato detto. Come non bastasse gli avevano ridotto, e non di poco, il compenso annuale, prendere o lasciare.

Lui era stato al gioco senza discutere ma anche senza cambiare di una virgola il proprio atteggiamento. «Mi è sempre stata imputata –commenta – la mancanza di appeal. Il mio essere normale appariva un limite. Non avevo difese, ma al tempo stesso non avevo alcuna intenzione di adeguarmi a un sistema che pretende di creare il personaggio attraverso gli eccessi».

La rivalità con Lorenzo
Gli eccessi, se mai, Andrea li ha riservati tutti alla pista. E qui, cavalcando una Ducati elaborata in partenza per esaltare le qualità di Lorenzo, ha compiuto un doppio miracolo: si è adattato tecnicamente a una guida per certi aspetti anomala e ha rivelato in gara qualità strategiche insospettabili. È riuscito finalmente, insomma, a mettere a frutto l’esperienza maturata in tanti anni di attività senza squilli particolari ma condotta sempre con intelligenza e con grande umiltà.

«Qualcuno – osserva – dice che sono sbocciato a 31 anni dopo aver fatto una lunga gavetta. Non è così. Nelle ultime stagioni ho sempre corso da protagonista anche se a livello di immagine non ho mai lasciato il segno. Le vittorie di quest’anno hanno motocambiato il rapporto con i media senza che io sia stato però costretto a cambiare di una virgola il mio atteggiamento. Persone che fino allo scorso anno mi ignoravano hanno cominciato a sostenermi ed è proprio questo l’aspetto che maggiormente mi inorgoglisce: per essere apprezzato non ho dovuto relojes replicas cambiare pelle, ho continuato a essere il… pilota della porta accanto».

Vivendo a Forlì, Andrea Dovizioso è a un’ora di macchina da Borgo Panigale, dove ha sede la Ducati. A fare la differenza ha contribuito di certo anche la frequentazione costante dell’officina, con la possibilità di vivere fianco a fianco con i progettisti e con i meccanici. «Con la Ducati – osserva – ho vissuto qualche momento difficile, non mi era piaciuto il modo in cui mi avevano prospettato il rinnovo del contratto anche se alla fine avevo poi accettato le loro proposte.

Il contratto scade alla fine del 2018, abbiamo già avviato una trattativa per prolungarlo, penso che troveremo un accordo. Ho apprezzato però la possibilità che mi è stata concessa di entrare nei meccanismi del team: un conto è frequentare lo staff dei tecnici durante le gare, altro è conoscere da vicino le persone e capire il perché di certe scelte. Faccio un esempio: chiedo da tempo che vengano apportate alla moto certe modifiche per adattarla alle mie caratteristiche ma soltanto seguendo direttamente il lavoro dei tecnici ho la possibilità di intervenire replicas de relojes con qualche suggerimento che ritengo adeguato».

Il rapporto con Jorge Lorenzo, nonostante certe frizioni, è rimasto integro. Non deve essere piaciuto ad Andrea l’atteggiamento del pilota spagnolo durante il Gran Premio di Valencia, allorché ha evitato di fare gioco di squadra favorendo in qualche modo Marquez. Alla fine però nessuna polemica è filtrata sui social. «Certe cose – taglia corto Andrea – devono essere discusse e analizzate tra noi. L’importante è che all’interno del team si sappia esattamente che cosa ha funzionato e che cosa non è moto andato invece per il verso giusto».

Il pantofolaio
Se confrontiamo, in casi analoghi, le dichiarazioni dei protagonisti, la posizione assunta da Dovizioso è decisamente anomala. Nessuna concessione da parte sua al narcisismo, o a quella forma di egoismo che fa parte del bagaglio personale dei campioni in qualsiasi disciplina sportiva. «Il narcisismo – ammette – non fa parte del mio dna, ma al di là delle considerazioni personali, credo che un atleta debba limitare al massimo le esternazioni pubbliche.

Ricevo un sacco di inviti per presenziare come ospite a eventi sicuramente gratificanti, a volte mi tocca litigare con la Ducati perché mi vorrebbe più disponibile ma in questo caso dovrei intaccare degli equilibri familiari che considero sacrosanti. Certe distrazioni non sono salutari per un atleta, soprattutto per un motociclista, chiamato a tenere sempre altissima la concentrazione».

Lontano dalle piste, Andrea si considera prima di tutto un “padre presente”. Sua figlia Sara ha quasi nove anni e ha con lui un rapporto speciale. «Sono un pantofolaio – ride – e cerco di stare in casa il più possibile. Seguo Sara anche nell’attività scolastica, l’aiuto a fare i compiti, mi informo di tutto, vado a parlare anche con le maestre, se non lo facessi mi sentire dimezzato».

motoÈ speciale, a quanto pare, anche il rapporto con Alessandra, la sua compagna. «Anche lei – dice Andrea – ama vivere in disparte, in questo mi somiglia. Le devo molto perché mi ha dato sicurezza e serenità, il che per uno che fa il mio mestiere è fondamentale».

Com’è, invece, il rapporto con il circo del motomondiale? Andrea ne parla con riluttanza. Perché è vero che evita le polemiche ma è altrettanto vero che evita al tempo stesso anche di accendere amicizie speciali nell’ambiente delle corse. «Le possibilità di frequentarci fuori dalle piste – osserva – sono molto limitate. Ci sono rapporti di stima, certo, ma manca il tempo di approfondire. La stima però è fondamentale. Me ne sono accorto in occasione dell’ultimo Gran Premio, quando ho ricevuto applausi e strette di mano da colleghi insospettabili.

Del resto sono un tipo che non ha difficoltà a legare, all’occorrenza: credo che venga apprezzata la mia sincerità. In gara mi trovo a contrastare Marquez o Valentino Rossi ed è una rivalità, la nostra, molto stimolante. L’unico con il quale non sono mai riuscito a legare, purtroppo, è Marco Simoncelli. Eravamo troppo diversi, io meticoloso, lui scanzonato, due caratteri contrapposti. Quando ci ha lasciato ho capito che se n’era andata anche una parte di me; Marco era un riferimento costante, un rivale che dava un senso a tante cose con la sua sola presenza».

© Adalberto Scemma - Mondo Erre
 
 
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©AGOSTINO LONGO
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