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La guerriera dello snowboard

Chi fa surf sulla neve, chi scende a rompicollo lungo le cunette facendo a sportellate in curva con le avversarie, è sempre e comunque un tipo speciale. Michela Moioli, però, lo è di più. Capace di spaccare il mondo a parole prima ancora di salire sulla tavola da snowboard ma capace, soprattutto, di mantenere l’una dopo l’altra tutte le promesse. Lo ha fatto in Corea, nella finale che assegnava l’oro alle Olimpiadi, e lo ha fatto con la leggerezza di chi sapeva di poter contare su un talento smisurato. mioli

Nessuno come lei, assicurano i critici, nella storia di una specialità che richiede coraggio, equilibrio, doti atletiche ma anche una buona dose di sfacciataggine, che è poi la voglia di osare, di accettare in partenza qualsiasi sfida.

La sfida di Michela era stata lanciata quattro anni prima a Sochi, dopo un’Olimpiade che le era costata la rottura dei legamenti del ginocchio, presa a spallate da una scorretta avversaria e costretta al ritiro dopo una rovinosa caduta. All’epoca Michela aveva soltanto 18 anni ma il carattere era già forgiato, insieme con un temperamento guerriero “da bergamasca”, come lei ama precisare.

Già all’uscita dall’ospedale aveva cominciato a maturare l’idea della rivincita, evitando le spacconate delle avversarie americane, supportate da media televisivi che impongono atteggiamenti da Wonder Woman, ma allenandosi con una tenacia, una continuità e una determinazione straordinarie.

Il resto, compresa la conferma di mezzi tecnici d’eccezione, era arrivato di conseguenza, al punto da spingere Cesare Pisoni, il direttore sportivo azzurro, a una dichiarazione inequivocabile: «Un’atleta come Michela nasce ogni 20 anni. È impressionante. Dopo la delusione di Sochi ha lavorato per questo obiettivo senza concedersi un attimo di respiro. Era la favorita e ha vinto alla grande sbriciolando le avversarie».

Un ciclone in pista

Nei quattro anni trascorsi da Sochi a PyeongChang Michela è cambiata anche nell’approccio alle gare, molto più sereno, privo di quelle tensioni che nelle stagioni giovanili la condizionavano prima del via. Il tutto nonostante le complicazioni che alla moiolivigilia della finale olimpica si erano evidenziate innescando polemiche velenose.

Non a caso proprio l’intervento dei tecnici italiani aveva contribuito a far modificare un percorso disegnato con criteri dissennati. Basti pensare che nella gara maschile ben 11 concorrenti su 40 erano finiti all’ospedale, traditi da una pista che imponeva gesti da acrobati, non da atleti. «Chi fa snowboard – commenta Michela – si allena in maniera professionale, programma ogni cosa con grande meticolosità, non può pensare di scendere a tutta velocità per un dislivello di 230 metri rischiando di rompersi il collo ad ogni salto».

La vigilia della finale, dopo aver visto i disastri della gara maschile, era stata inizialmente vissuta come un incubo. «Avevo paura, mi erano rimaste impresse certe scene drammatiche, mi veniva voglia di urlare per la rabbia. Poi ho trovato per fortuna la forza di reagire e l’umore è cambiato di colpo anche grazie alla mia famiglia. Mia madre e mia sorella mi hanno raggiunto in Corea, le ho costrette a seguirmi ed è stata la scelta più bella della mia vita».

In gara Michela è stata un autentico ciclone. Ha dominato i quarti di finale, ha stravinto la semifinale e a metà gara della finale aveva già la medaglia d’oro al collo. Alle sue spalle sono finite la francese De Sousa e la ceca Samkova, la campionessa uscente. Quanto all’americana Jacobellis, la star della vigilia, con un codazzo di telecamere sempre replicas relojes pronte a spiarne ogni gesto, è bastato controllarla a vista e aggredirla d’impeto in una curva a gomito prima del salto. Per la Jacobellis quel gesto tecnico è stato come una mazzata, non ha saputo reggere dal punto di vista psicologico ed è finita addirittura fuori dal podio.

«La sicurezza di vincere – dice Michela – l’ho avuto però soltanto dopo l’ultimo salto. Lo snowboard non ti concede un attimo di sosta, devi rimanere in tensione sino moioli all’ultimo anche perché il contatto con le avversarie è sempre in agguato e c’è il rischio di mandare in frantumi per una sciocchezza quattro anni di duro lavoro. Mi ha aiutato moltissimo la vicinanza di persone speciali, gli psicologi Giuseppe Vercelli e Lucia Bocchi, l’osteopata Paolo Romano e il preparatore atletico Matteo Artina. Per non parlare della mia famiglia: ho la fortuna di vivere in un ambiente che mi sa regalare molta serenità».

Un gruppo speciale

Il padre di Michela, Giancarlo, cura i frutteti e l’orto di un agriturismo, la mamma, Fiorella, fa di tutto per semplificarle la giornata. «Fino all’anno scorso – dice – mi pesava stare lontana da casa. Adesso invece mi sento più matura e quindi più libera. E quanto torno dalle gare riesco ad apprezzare molto di più l’ambiente familiare. Con i miei genitori, con mia sorella Serena e suo marito Mauro formiamo un gruppo speciale».

Sembra incredibile ma alla vigilia della partenza per PyeonChang Michela ha rischiato di rimanere a casa e di dover rinunciare al sogno olimpico a causa di un miolibanalissimo imprevisto. È capitato infatti che Rocco, il suo barboncino di dieci mesi, le abbia letteralmente distrutto a morsi il passaporto proprio il giorno prima della partenza. «Era da buttare! Mi sono sentita persa. Per fortuna in Questura sono stati bravissimi, nel giro di poche ore sono riusciti a rifarmelo in tempo utile».

Con le Olimpiadi felicemente in archivio, Michela ha puntato alla Coppa del mondo. Era in testa alla classifica, ha dominato la competizione gara dopo gara e ha vinto, consacrandola tra le più grandi atlete nella storia della specialità. «Ho capito – osserva – che non bisogna mai accontentarsi, che non si può pensare di vivere sugli allori. Molte cose le ho imparate da Arianna Fontana. Averla vista vincere mi ha dato la carica. Mi sono detta: l’argento e il bronzo non mi bastano, io sono qui per l’oro. È lo stesso obiettivo per cui ho garggiato in Coppa del mondo».

© Adalberto Scemma - Mondo Erre
 
 
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©AGOSTINO LONGO
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